con: John Belushi, Tim Matheson, John Vernon, Cesare Danova, Verna Bloom, Donald Sutherland, Karen Allen, Tom Hulce, Kevin Bacon

La nostra rubricaccia cinematografica si apre nel migliore/peggiore dei modi, con quello che è considerato un cult-movie assoluto del cinema americano anni settanta: trattasi di commedia irriverente e demenzialissima, a suo modo fortemente punk, illuminata da un Belushi al massimo del suo splendore e della sua animalesca, indimenticabile bestialità. Me lo sono ri-sparato di recente, e vi assicuro che Animal House è un film che merita, non solo perché è in tutto e per tutto un classico del cattivo gusto, ma anche perché la regia, ad opera di un Landis che prelude ai Blues Brothers, è bellissima, nell’ultima sequenza addirittura spettacolare.
La trama è semplice: nel 1962, in un campus universitario yankee, gli studenti nullafacenti e alcolizzatissimi del circolo Delta si trovano a dover fronteggiare il perbenismo delle autorità, di un rettore fascista e coglione, nonché dell’odiosissimo circolo Omega, presieduto da studenti-modello perfettini e plastici, stile ragazzi di Beverly Hills e altre cagate a venire.
La campagna militare dei Delta, che si rivelerà ben presto vittoriosa, è portata avanti nell’unico modo possibile: a botta di sbronze collettive, toga parties, orgia parties e scherzacci degni della peggior caserma, fino al mitico sabotaggio finale del corteo tradizionale del Faber college. Mai visto un film più antiamericano di questo.
Animal House contiene, in poco più di novanta minuti, un numero indefinibile di scene-cult, le migliori tra le tante che hanno consacrato Belushi, poliedrico ubriacone di vaga origine albanese, alla nomina postuma di Sid Vicious del firmamento hollywoodiano. Non tutti sanno che il mito John Belushi era, tra le altre cose, un fan sfegatato del punk in genere e dei Fear in particolare, e che si era anche esibito dal vivo (nientemeno che al Saturday Night Live) proprio assieme alla band più etilica della California. Anche, e soprattutto in questo film, Belushi è veramente punk; e vi segnalo, a sostegno della mia teoria, solo due o tre scene: quella in cui, in una sola inquadratura, Belushi-Blutarsky pratica un rapidissimo shot con una bottiglia di Jack Daniel’s, quella in cui cerca di consolare un amico sfigato schiacciandosi lattine di birra sulla fronte e infine frantumandosi una bottiglia da 66 sul cranio, quella in cui strappa una chitarra dalle mani di un fricchettone che suona e la sbrana sul muro. Senza contare che questo è proprio lo stesso film che contiene la celeberrima battuta sul gioco che si fa duro e i duri che cominciano a giocare.
Che vi devo dire: finito (a schifìo) il film, noi spettatori, totalmente invasati dalla pellicola, avremmo voluto all’unanimità acquistare una quindicina di casse di birra, al fine di inglobare tutte le latte sul momento e scagliarle a intifada contro la finestra del primo vicino. Ma era notte fonda e alcool in vendita non ce n’era più; di conseguenza abbiamo rimandato l’insano progetto alla sera successiva… Da vedere e rivedere.

[Simone]